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Chiesa San Pietro in Arzachena

 
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Posted 24 dicembre 2012

 
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Chiesa San Pietro in Arzachena

Chiesa San Pietro in Arzachena a pochi metri di distanza dalla chiesa di Santa Maria della neve, sorge la chiesa dedicata a Santu Petru in catrea, che, fino al 1934, era ubicata in un vicolo adiacente alla facciata principale dell’attuale Municipio e confinava con la casa parrocchiale, la casa ed il cortile di Lorenzo Demuro e con il cortile ove fu in seguito edificato l’edificio scolastico.
La data di edificazione della vecchia chiesa di San Pietro è ignota.
Nel registro dei defunti della parrocchia di San Pietro di Tempio si annota che il 26 agosto 1722 è deceduta «Ghjuannica de Paletta con i sacramenti: se enterrò en S. Pedro de Arcagena».
Nel primo registro parrocchiale di Arzachena, che risale al 1776, si legge che sino al 1869 i defunti venivano sepolti «in ecclesia divi Petri».
William Henry Smyth, capitano della Marina britannica durante le guerre napoleoniche, ritornato in Sardegna alla fine delle ostilità, con il compito di curare una carta nautica, descrisse, in un suo libro pubblicato a Londra nel 1828, la festa di S. Maria d’Arzaghena che si celebrava nella chiesetta omonima, la terza domenica di maggio, mentre il lunedì successivo nella chiesetta in rovina di S. Pietro di Baldolino, si festeggiava san Pietro apostolo.
«Questa chiesa – così dice William Henry Smyth – è il carnaio dei pastori delle vicinanze: i loro cadaveri vengono gettati in un grande sotterraneo, senza calce, fornendo così una massa putrida e pericolosa, tanto che i soprastanti sono stati obbligati ad erigere un altare fuori dell’edificio per la celebrazione delle preghiere. Tre uomini erano stati uccisi dai banditi e gettati dai pastori in quel luogo, senza alcuna cerimonia, pochi giorni prima del mio arrivo. »
La Chiesa San Pietro in Arzachena era denominata Santu Petru di Baldulinu, probabilmente, perché costruita nella “tanca di Baldulinu”, proprietario di tutta la zona. Il toponimo della zona, particolarmente paludosa per il fiumiciattolo, potrebbe derivare da baldulimu che nel dialetto logudorese indica un terreno melmoso. Il Casalis ricorda che la festa di San Pietro era solenne, «di bandiera» e «di cuccagna».
Il podestà, Luca Filigheddu, il 30 novembre 1934, con deliberazione n. 47, decide «la demolizione della chiesa di San Pietro e la ricostruzione dell’attuale nelle adiacenze del caseggiato scolastico e precisamente suul’area di proprietà comunale, posta tra il fabbricato di Azara Pasquale, il cortile di Porcheddu Antonio e la via pubblica e l’area dove dovrà sorgere la casa comunale»
Per espropriare il suolo sul quale la chiesa sorgeva, il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Sassari dovette versare all’autorità ecclesiastica, la somma di lire 15.000 che servì per la riedificazione della chiesa attuale.
Il progetto, in perfetto stile razionalista, fu redatto dal geometra Antonio Cappai di La Maddalena. Il parroco don Atzori, con l’autorizzazione del vescovo Albino Morera, procedette alla solenne benedizione della nuova chiesa il 23 maggio 193863.
In questa chiesa, i signori della conferenza di Carità si riunivano ogni mercoledì per versare il loro obolo e deliberare il soccorso ai poveri ai quali in genere portavano il pane fresco.
La Chiesa San Pietro in Arzachena era chiamata anche la ghjesgia di li lurisinchi perché alla vigilia della festa di San Pietro un arzachenese saliva a Luras per prendere la bandiera e la statua del Santo e tornava in processione con un folto numero di fedeli luresi. Gli arzachenesi andavano incontro ai pellegrini luresi, ad alcuni calangianesi, agli abitanti de La Voci di la Bandera (stazzu Berraldinu). In seguito i luresi raggiungevano Arzachena con le macchine, attraverso la strada Luras-Calangianus-Olbia e sostavano nella chiesa di San Michele, ove venivano raggiunti dai componenti della banda musicale e dai fedeli di Arzachena, trasportati con il camion di ziu Ghjuanneddu, lu carrulanti .
In paese i luresi bivaccavano sotto gli alberi di olivastro, nell’attuale via Sassari. Mangiavano, bevevano e ballavano fino all’alba e verso le undici si recavano in processione alla chiesa di San Pietro per la celebrazione della Santa Messa.
Il parroco di Arzachena, don Russino, annota nel Chronicon, non senza rincrescimento, che: «il curato di Luras nel giorno della festa ha il diritto di cantare la messa ed i vespri senza alcun permesso del parroco di Arzachena ed anche di fare la questua».
Il ricordo di quella festa è rimasto anche nei seguenti versi di un burlone arzachenese: «Li lurisinchi a la festa / A magnà li cosi boni / Rivea e maccioni / E laldu di ghjatta aresta».
Durante la seconda guerra mondiale, la chiesa di san Pietro (e la chiesa di Santa Lucia) fu utilizzata come ospedale militare e perciò fu sospesa la celebrazione della festa che fu ripresa negli anni cinquanta sino al 1961.
Nella Chiesa San Pietro in Arzachena, che era stata sede dei vari movimenti ed associazioni parrocchiali, non si svolgevano più funzioni per le condizioni statiche dell’edificio, ormai fatiscente. Nel duemila, con un finanziamento regionale è stato rifatto il tetto con travi portanti a vista e totalmente restaurata. Dopo la ristrutturazione, la chiesa è stata aperta alla venerazione dei fedeli e vi si riuniscono le componenti della compagnia vicenziana delle Dame di Carità. Nel 2005 è stata recuperata e restaurata la statua di San Pietro, denominata Santu Petru in catrea perché raffigura l’apostolo seduto in “cattedra”, capo e maestro della chiesa universale. Prima del restauro la statua presentava tre strati di vernice di amaranto e di gesso, mentre il colore originario del vestito era rosso cardinale e brizzolato quello della barba. Nel tempo fu sostituito il braccio originale e la chiave che, infatti, risulta sproporzionata rispetto al resto. Il cuscino su cui il santo poggia i piedi era in argento meccato in oro, poi gessato e colorato in blu. Oggi la statua è conservata nel Museo dell’Anima di Arzachena.
È stata recuperata anche la campana di San Pietro che ogni sera, alle ore 21, suonava Lu Pulgatoriu che ricordava agli arzachenesi la preghiera per i propri morti ed indicava che era arrivato il momento di lasciare gli amici, la piazza, la strada, per far ritorno alla propria dimora. Gli anziani ricordano ancora questo suggestivo momento della giornata arzachenese con un po’ di nostalgia per la vita semplice di allora.

Tratto dal libro: Una ghjanna sempr’abbalta di Don Francesco Cossu Parroco di Arzachena

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